Ha mosso i primi passi di promettente ortopedico al Poliambulatorio San Gaetano di Thiene. Poi gli impegni professionali l’hanno portato in Sicilia, dove dallo scorso anno è direttore di Chirurgia Protesica all’Istituto Ortopedico Rizzoli. Ma quando, pochi mesi fa, è stato nominato professore Condiviso in Ortopedia e Traumatologia all’Università di Bologna, oltre che di Messina, il dottor Francesco Traina si è ricordato dell’Alto Vicentino, con cui ha sempre mantenuto un contatto. Così ritornerà a incontrare i pazienti dal 5 luglio, con un bagaglio di tremila interventi come primo operatore e oltre mille interventi di chirurgia protesica dell’anca e del ginocchio.

Pluriennale esperienza

All’attività in sala operatoria il dottor Traina unisce un imponente lavoro scientifico, che fa di lui il chirurgo ortopedico italiano con il maggior numero di lavori pubblicati (oltre 150 e più di 500 presentati ai vari congressi, motivo per cui è stato coinvolto in sette progetti finanziati dall’Unione Europea) sulla chirurgia conservativa e protesica dell’anca. Tecnica, ma anche innovazione rappresentano i suoi punti di forza.

Il dottor Traina è esperto in tecnologie avanzate applicate alla chirurgia dell’anca e del ginocchio e in nuove tecnologie per la riparazione biologica della cartilagine, tendini e legamenti. E la strada per l’innovazione è ancora molto lunga. «Di protesi all’anca e al ginocchio si parla da una quarantina d’anni – ricorda il dottor Traina – ma pur in un tempo così breve la ricerca ha fatto passi da gigante. Oggi riusciamo a usare tecniche mini invasive: non si staccano più i muscoli, non c’è sanguinamento, non servono trasfusioni e la riabilitazione è veloce. Di conseguenza non c’è nemmeno dolore e l’intervento è molto più facile da digerire»,

Qual è il risultato che più l’ha sorpresa?

«Abbiamo lavorato molto sui materiali: la protesi è più piccola e impiega meno tempo ad attaccarsi all’osso. La struttura stessa somiglia di più all’osso ed è minore la sensazione di avere un corpo estraneo. Questo fa della chirurgia dell’anca uno degli interventi con maggior successo. Qualche debolezza c’è, ma ci stiamo lavorando: con un team formato da chimici e ingegneri, stiamo sviluppando nuovi materiali di superficie, per rendere le protesi più resistenti alle infezioni».

E il progetto più futuristico?

«Superare l’intervento utilizzando protesi ibride con materiali tipo titanio e cellule staminali che permettono di ricreare l’articolazione. Ma non se ne parlerà prima di 5-10 anni. Oggi siamo in grado di ricostruire con le cellule staminali la superficie delle articolazioni in caso di lesioni piccole, come una moneta da due euro».

Come si possono prevenire i problemi all’anca e al ginocchio?

«Non bisognerebbe essere in sovrappeso, per non sovraccarica le articolazioni, soprattutto gli arti inferiori, anche una blanda attività sportiva è funzionale ad una buona salute. Non sottovaluterei l’alimentazione: dovremmo integrare la dieta con cibi ricchi di vitamina, e quindi più frutta e verdura cruda, meno zuccheri e carboidrati raffinati, anche per arginare un diabete sempre più precoce, che può influire sia sull’osteoporosi che sull’artrosi. Le vitamine B e D, oltre al calcio, sono essenziali per la salute delle ossa».

C’è una predisposizione per queste patologie o dipendono dallo stile di vita?

«L’uno e l’altro. Alcune degenerazioni dipendono da malformazioni congenite che una volta non venivano diagnosticate. Per questo fare uno screening al bacino e agli arti inferiori può permettere di individuare l’eventuale malformazione prima che possa causare una degenerazione delle articolazioni. Uno screening morfologico fatto a 20-25 anni permette di prevenire processi che si possono manifestare 15 anni dopo, riducendo molto l’incidenza della degenerazione e correggendo i fattori meccanici. L’Istituto Ortopedico Rizzoli è uno dei pochi centri italiani che fanno questi interventi, ma occorre intervenire prima dei 40 anni, perché dopo la deformità porta all’inizio del processo degenerativo ed è tutto più complesso».

Perché la rottura del femore è spesso fatale per una persona anziana?

«Perché il femore si rompe per una debolezza strutturale dell’osso, spesso associata ad altre morbilità. L’osso rotto sanguina molto e questo porta a perdere dai 4 ai 5 punti di emoglobina. L’anemizzazione provoca un forte stress in un organismo già debilitato, per questo è importante intervenire prima possibile, entro le 24 ore, sul femore fratturato».

Presso il nostro centro di Thiene (Vicenza, Veneto) è a disposizione l’ambulatorio di ORTOPEDIA.
È possibile fissare ogni giorno un consulto con un medico ortopedico.