La visita, specie la prima, con uno specialista in psichiatria, suscita spesso un complesso e contrastante insieme di sentimenti, reazioni e pensieri; il timore del giudizio, dello stigma sociale o di un’etichetta incollata addosso, della non comprensione delle problematiche riportate, l’idea della possibile dipendenza da uno psicofarmaco così come la possibilità dello stesso di produrre effetti collaterali o cambiamenti radicali e permanenti nel proprio carattere e personalità.

Analizziamo con il Dottor Andrea Costacurta  Medico Chirurgo Specialista in Psichiatria quale ruolo assume il farmaco in una terapia.

 

Qual è una delle principali paure del paziente che ricorre al trattamento farmacologico?

Spesso i primi incontri sono velati dell’intima paura che il trattamento farmacologico proposto o il percorso terapeutico più ampiamente inteso, non portino al soggetto i frutti sperati o non vi sia speranza di cura o recupero del benessere e sollievo attesi. Questo anche perchè la propria storia di malattia ha spesso condotto queste persone a recarsi, prima di noi, da altri psichiatri o neurologi o altre figure professionali.

 

Cos’è lo psicofarmaco?

Lo psicofarmaco è una sostanza chimica abbastanza recente (si può infatti far risalire la rivoluzione psichiatrica alla seconda metà degli anni ’50), intorno alla quale confluiscono miti sociali, personali e familiari, con profonda valenza psicologica, al punto da essere considerata sostanza psichica essa stessa, al contempo desiderata e temuta.

Stiamo parlando certamente di un farmaco, ma in senso particolare: uno psicofarmaco, più di quanto avvenga per un farmaco generico, attiva tutta una serie di fantasie e simbolismi lungo i due poli del salvifico (guarigione) e malefico (intossicazione/avvelenamento). La diversità dello psicofarmaco consiste nel fatto che esso, per molti pazienti, ha quasi vita autonoma, una vera e propria intelligenza, ed è in grado di cambiare la personalità, specialmente se assunto in dosi elevate. Ciò non è così, ma il passaggio nel paziente dallo scetticismo e timore all’adesione serena e consapevole del trattamento farmacologico, è soggetta a molti fattori.

 

Come bisogna rapportarsi con il farmaco?

Risulta centrale proprio una buona relazione terapeutica nell’adesione al trattamento (compliance), sul versante del rispetto delle prescrizioni mediche (come il numero di somministrazioni giornaliere) che riflette il superamento di un metabolismo psicologico del farmaco, che inizia prima della sua assunzione, e che può spingerlo possibilmente a non assumerlo affatto. Tanti i fattori legati al rifiuto dei farmaci, oltre a una cattiva relazione terapeutica, la predisposizione personale o l’atteggiamento familiare nei confronti dei farmaci e il livello di gravità della psicopatologia.

Un rapporto, quello tra farmaco e paziente, composto dalla relazione terapeutica e che modula a sua volta la relazione di fiducia e affidamento all’Altro: il farmaco, riportando costantemente alla mente del paziente lo sforzo del curante, diventa il rappresentate della figura del medico e il metro di valutazione della sua competenza, e quindi, del grado di fiducia accordata.

 

Perchè le persone che assumono psicofarmaci vengono viste negativamente?

Perchè non c’è, da parte della maggioranza delle persone, una conoscenza approfondita su questo argomento. Avviene un “etichettamento “, un stigma: si intende con questo termine, la discriminazione basata sul pregiudizio nei confronti del malato mentale. Di conseguenza, per un malato, subire lo stigma significa vivere ogni giorno nell’esclusione, nel rifiuto, nella vergogna e nella solitudine. Lo stigma consiste in una attribuzione di pre-giudizio infondato, che ha come conseguenza l’isolamento del malato e l’incurabilità.

Se si considerasse il malato mentale come un comune malato, colpito da una particolare sintomatologia, allora si accetterebbe il concetto di cura e di soccorso, semplicemente. Solo se si interviene in questo modo, sarebbe possibile aiutare il malato mentale ad affrontare adeguatamente la propria sofferenza, consentendogli di andare oltre la solitudine, perché sarebbe allora possibile trovare aiuto nella cura.

 

Come interviene lo Psichiatra?

Si instaura una relazione terapeutica quindi; da qui il concetto di empatia: è l’abilità di sentire ciò che sente l’altra persona, immedesimandosi nella sua situazione, ovvero assumendo il suo punto di vista,  la sua prospettiva, tenendo conto del contesto e della sua storia di vita. Nelle relazioni interpersonali, l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più profondo. Questo ci consente di espandere il significato del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del solo contenuto di una frase, esplicitandone la parte nascosta, cioè quella veramente significativa, espressa dal linguaggio del corpo ed altre aspetti non immediatamente visibili.

Per essere realmente di aiuto, ciò implica sostanzialmente un’assenza di giudizio nei confronti del mondo interno presentato dal paziente, così come anche della capacità di mantenere in modo stabile una distinzione tra sé e l’altro, indispensabile per essere, alla fine, realmente di aiuto.

Tutto questo aiuta i pazienti a sentirsi accolti, ascoltati, compresi, rassicurati e al contempo di fronte ad una concreta opportunità di trovare soluzioni per i propri disagi e disturbi, non più da soli ma con l’intima sensazione di potersi affidare ed intraprendere quindi un percorso di cura, sia esso farmacologico, psicoterapico o entrambi, nella sicurezza di una relazione medico-paziente sicura, autorevole, professionale.

Il Dottor Andrea Costacurta  Medico Chirurgo Specialista in Psichiatria visita presso il centro Psichè, Poliambulatori San Gaetano, in Via San Vincenzo 59 a Thiene. Prenota una visita allo 0445 382422 o compilando il form di contatto.